17 aprile 2012

Quel forte legame, tra advertising e comunicazione

I segnali sono abbastanza negativi, ma non per tutti. Parliamo di advertising. Ma anche di comunicazione.
Secondo gli ultimi dati Nielsen, mentre la raccolta pubblicitaria sul web continua a crescere in doppia cifra (+10% circa), quella di TV e carta stampata conferma un declino senza soluzione di continuità.
Buone notizie arrivano solo da SKY e La7 che, per motivi diversi, rappresentano eccezioni al grigio panorama dell’ex tubo catodico italiano.
Queste realtà crescono perché si allontanano dalle logiche della TV generalista e rappresentano, un passo avanti verso un “diverso” modo di fare informazione.
In particolare è verosimile sostenere che i risultati positivi raccolti dall’emittente satellitare, siano il frutto di importanti investimenti su qualità dei contenuti e tecnologie.
Senza eccedere in eccessivi elogi (neanche qui è tutto “rose e fiori”)... My Sky prima, i canali in HD poi, gli eventi in 3D e infine Sky Go, uniti agli investimenti su film, serie tv ed eventi sportivi, confermano quanto il pubblico apprezzi i media che sono capaci di rinnovarsi costantemente.
Scenario piuttosto inquietante anche per la carta stampata. Il segno negativo che accompagna i report dell’editoria periodica da diverso tempo, è ormai molto più di un sinistro presagio.
Questo calo gli investimenti pubblicitari, osservato insieme alla forte crescita gli investimenti sul digitale, testimonia come ormai le aziende abbiano deciso di presidiare i media digitali, considerandoli più affidabili per dialogare con i clienti.

Ma allora dove stiamo andando? Un articolo dell’autorevole portale Gigaom suggerisce: “The future of media = many small pieces”. Poche parole ma un ottimo riassunto di quella che è la sensazione di molti addetti ai lavori.
Un approccio “digital first”, associato a una sempre maggiore frammentazione delle informazioni e alla forza trainante sempre più incisiva del canale mobile (di cui parlerò ancora e diffusamente).
Mettere insieme tutti questi pezzi, compone un puzzle davvero complesso, che si basa però su una tendenza semplice e lineare: il collegamento sempre più forte tra advertising e comunicazione. L’advertising tende ad andare dove ci sono processi comunicativi di qualità, interattivi e che generano valore per gli utenti. Molto semplice.

La questione è di stretta attualità anche su twitter e nei pensieri di molti blogger. Proprio in questi giorni ho letto spunti interessanti e creativi, su nuovi approcci da adottare.
Di grande prospettiva, ad esempio, un recente post di Luca Alagna (@ezekiel), dedicato proprio ai "Nuovi modi di fare informazione" che presenta, tra gli altri temi, anche una lucida analisi su come affrontare la crescente Information overload.
Così come affascinante è il progetto editoriale di Futura Pagano (@Futurap), che partendo dal tema dell’Organizzazione e gestione di “eventi 3.0”, inizia un percorso basato su analisi di best (ma anche worst!) practice su cui riflettere, decidendo di completarlo/esporlo a commenti e proposte, puntando con convinzione sul crowdsourcing.
Bravi entrambi. Idee valide... per citarne solo due recenti, che ho letto e apprezzato. Ma sono certo che molti altri, su questo tema, meriterebbero una menzione (segnalatemeli!).

Guardando a un quadro più ampio (e al mercato internazionale)... Oggi, un video sul web vale il doppio di un testo. Progetti e social media basati su immagini e foto, come Pinterest o Instagram, generano traffico, piacciono agli utenti e sono un fortissimo polo di attrazione per gli investimenti. Google, che gestisce il 90% del "search advertising" sul web e possiede YouTube, Blogger, Google+, etc… è oggi uno dei principali veicoli per contenuti presente oggi in rete.

In sintesi, mi sembra evidente ormai che, per quanto autorevole o conosciuto, qualsiasi media non sia in grado di rinnovare la propria comunicazione, ascoltare e dialogare con il pubblico, anticiparne i bisogni e (perché no?!) crearne di nuovi… appare costretto ad assistere ad un costante declino di lettori e del proprio fatturato pubblicitario.

E tu, che
media vuoi essere?

2 commenti:

leo ha detto...

La qualità dei contenuti, se anche si volesse misurare, sarebbe multidimensionale: sul piano più assi dei singoli tipi (testo, immagini, video, musica, effetti etc), in ordinata una valutazione della crossmedialità e della transmedialità. Ma tanto non si può misurare, quindi quasi nessuno se ne preoccupa.

ioValo ha detto...

Tu hai assolutamente ragione Leo.
Anche io penso che non ci sia una comunicazione fatta BENE (passami il termine generico) o di qualità... a prescindere.
La qualità credo sia data anche da come sono impostati i contenuti e dal tipo di fruizione per cui sono pensati (concordo su crossmedialità e transmedialità, di cui parli).

Provocatoriamente rafforzerei dicendo che il "progetto" di un qualsiasi contenuto si crei, dovrebbe riparte quasi da zero ed essere re-impostato, quando si cambiano modalità/media/device con cui viene divulgato.

Nel breve periodo, può dare buoni risultati economici anche una comunicazione più standardizzata (in Italia - purtroppo - ci sono molti casi del genere).
Ma sono convinto che, nel lungo periodo, gli investimenti in advertising tendano ad essere "meritocratici" e riconoscano la qualità intesa in questo senso più ampio.